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attività di ricerca

Attività didattiche e ricerche antropologiche presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca

"Il corpo nella vita e nella morte: incorporazione, ritualità e memoria",

In corso di progettazione è una seconda fase dello stesso progetto che ha come titolo: "Il corpo nella vita e nella morte: incorporazione, ritualità e memoria", diretto dal Professor Ugo Fabietti in coordinazione con l’Università di Torino, al quale partecipano Roberto Malighetti, (ricercatore), Valerio Antonietti (dottorando), Vincenzo Matera (professore a contratto), Claudia Mattalucci (professore a contratto), Mauro Van Aken (assegnista di ricerca), Silvia Barberani (dottoranda), Barbara Caputo (dottore di ricerca), Aurora Donzelli (dottoranda), Lucia Rodeghiero (dottoranda), Irene Maffi (dottoranda). In continuità con i temi affrontati nel corso degli ultimi due anni la ricerca si propone di analizzare i modi in cui le diverse società costruiscono al relazione tra i vivi e i morti attraverso il corpo e la rappresentazione del corpo. La base di partenza scientifica della ricerca che intendiamo sviluppare comprende 1) la bibliografia storico-antropologica sulla morte; 2) alcuni testi chiave dell'antropologia della performance; 3) la recente letteratura sul corpo, la persona e la sensorialità. Tra i lavori fondatori della riflessione antropologica sulla morte includiamo i lavori di Hertz (1907); Van Gennep (1909); Mauss (1921); Granet (1922); De Martino (1958); Goody (1962); Bloch e Parry (1982); Bloch (1971; 1993); Huntington e Metcalf (1979); Metcalf (1991); Thomas (1982) sui riti della morte ed i riti del lutto. Questi lavori illustrano come la morte non sia esclusivamente un "fatto di natura"; le rappresentazioni che i diversi gruppi umani hanno elaborato ne determinano forma, durata e realtà. Il senso e l'efficacia dei riti funebri dipendono, in parte, dall’immaginario collettivo intorno alla vita e alla morte (la morte può essere pensata come fine della vita che apre al nulla, come parte della vita stessa, come tappa all'interno di un lungo processo di metamorfosi). I riti procurano al defunto una morte sociale; in alcuni casi gli permettono di conseguire una nuova condizione di esistenza e istituiscono specifiche modalità di comunicazione tra vivi e morti (possessione, culti tributati agli antenati, commemorazioni, ecc.). I riti funebri sono inoltre eventi creativi in cui la comunità riafferma la propria continuità e il proprio ordine impiegando, per esempio, il simbolismo della fertilità. Riteniamo ugualmente utile includere nella base scientifica di partenza alcuni lavori storici e filosofici sulla morte in occidente - nel mondo antico, medioevale, moderno e contemporaneo – Ariès (1977); Baudrillard (1976); Jankélévitch (1977); Loraux (1990); Schmitt (1994); Vernant (1989); Vovelle (1974); ed altri. La ri-lettura di questi testi ci permetterà di tracciare la genealogia della griglia attraverso cui l’occidente ha osservato e descritto i riti della morte praticati in contesti socio-culturali extra-europei. Alcuni degli autori sopra citati, situandosi nella prospettiva dell'antropologia storica, hanno sviluppato temi e sollevato interrogativi importanti che intendiamo approfondire nel corso della nostra ricerca (il tema della buona e della cattiva morte; la divisione sociale del lavoro del lutto; le modalità di comunicazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti; il rapporto tra sepoltura, cittadinanza e memoria ecc. Intendendo sviluppare la ricerca empirica nella prospettiva di un’antropologia dell’azione, che consideri i riti della morte come atti performativi, riteniamo particolarmente proficui i contributi teorici di Bourdieu (1972; 1989); Turner (1969; 1986); Turner e Bruner (1986); Tambiah (1997); Parkin (1992); Schieffelin (1985); Reed (1988) ed altri. Uno degli obiettivi della nostra ricerca consiste nel descrivere e analizzare le pratiche (azioni, discorsi, emozioni) performate in occasione della morte: le pratiche di preparazione e sepoltura della salma e i riti del lutto (lamentazioni, visite, pasti in comune). L’osservazione delle azioni attraverso cui la morte viene gestita ci permetterà di focalizzare la nostra indagine non soltanto sulle rappresentazioni della vita e della morte, ma anche sulle esperienze individuali e collettive. Le pratiche che hanno luogo in occasioni luttuose vanno intese come processi in cui la componente culturale e quella individuale si integrano reciprocamente. Le acquisizioni dell’antropologia del corpo e della persona – Dieterlen (1973); Boltanski (1971); Remotti (1993; 2000); Pandolfi (1996); Godelier e Panoff (1998a ; 1998b); Le Breton (1990); Csordas (1990; 1994); Lambek e Strathern (1998); - e della sensorialità - Classen (1993); Howe (1991) - saranno utilizzate per a) la lettura delle pratiche di trattamento del cadavere; b) l'indagine intorno ai modi in cui i saperi locali definiscono umori, sostanze, organi ed altre "componenti" del corpo e della persona; c) l'analisi di come il corpo, le sostanze che lo compongono e i principi che lo animano siano eletti a simboli e veicoli di identità e relazione. Uno degli obiettivi che intendiamo perseguire, è mostrare come spesso, all'interno dello stesso contesto, si trovino rappresentazioni differenti e/o conflittuali, mettendo in luce come i corpi dei vivi e dei morti siano anche il prodotto delle lotte di potere. Un ulteriore livello d'indagine è infine dato dall'iconografia del corpo e della morte Boëtsch e Chevé (2000). Discorsi, immagini e performance possono essere prodotte per fini politici, religiosi, espressivi o ricreativi - si pensi per esempio al turismo funebre (Simonicca, 2000) o alla fagocitazione turistica dei culti di possessione da parte di alcuni governi nazionali. Si tratta in questo caso di analizzare il corpo, raccontato e messo in scena attraverso l'arte, le immagini di attualità, le esposizioni museali e le attrattive turistiche.


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